Sono venuti a trovarmi papà e Daniela (sua moglie). Questo fine settimana. Sono venuti a trovare la città. Ma sto a Las Planas. Non importa, mi serve per imparare meglio la strada.

Li ho portati sulle montagne. Solo dopo ho capito il perchè.
Papà nasce come geologo, Daniela come flautista. Metamorfosi e musica, due motivi che si incontrano per arrivare in cima.
Quando si parla di Montserrat viene in mente il monastero, che dovrebbe simboleggiare il luogo sacro della Catalunya. Ma a me non interessa. La meditazione non si trova nei posti e non seguo le dita nel segno della croce. Con troppa facilità si dimentica che quello che conta è come arrivare in alto e non quello che si troverà. Adesso c'è un monastero fondato dai benedettini nel 1025, una grotta sacra, un chiostro, una madonna nera, un museo, delle piazze, un coro dell'escolania, un ristorante, un negozio di souvenir. Per arrivare un renfe, una funicolare, due cremagliere. Ferite nella roccia non più gravi di molte altre.

Ma queste forme mi hanno colpito in centro. Come quando si gioca a freccette e si fa un tiro da 100 punti. Si possono ammirare da qualunque angolazione, perchè sono tonde e dolci. Come il mio piatto preferito, le patate. E puoi anche non smettere mai di camminare.
Montjuic significa 'montagna dei giudei' e le tribù dei Celtiberi furono le prime ad occuparla. La sottomissione di questi al potere dell'antica Roma possiede un carattere contemporaneo.
Oggi la montagna è un enorme parco. Moltitudini di turisti ne visitano il castello, il palazzo nazionale col museo d'arte della Catalunya, la fondazione Joan Mirò, la fontana magica, ed i tifosi dell'FC Barcelona ogni due settimane occupano gli spalti dello stadio olimpico con le maglie rosso-blu e la cerveza in mano.


Dalla fortezza si vede tutta la città incastrata nella valle. Il porto commerciale è pazzesco, ti fa capire fino a dove può spingersi l'uomo. La costa è 'sturpiata' da migliaia di container e navi da crociera. Meglio chiudere gli occhi ed aprirli solo per sentire il mare e la natura.

Daniela mi parla continuamente di questo Erri De Luca. Credo di essermi innamorata della sua scrittura, scarna e profonda. Anche lui, a suo modo, parla di come arrivare in cima. Non so quante volte ho riletto le prime pagine del suo 'Il giorno prima della felicità'.
"...andò così la prima volta che salii sul balcone. dal finestrino a piano terra del cortile dove abitavo, il pomeriggio guardavo il gioco dei più grandi. il pallone calciato male schizzò in alto e finì sul terrazzino di quel primo piano. era perduto, un superflex paravinil un pò sgonfio per l'uso. mentre bisticciavano sul guaio mi affacciai e chiesi se mi facevano giocare con loro. sì, se ci compri un altro pallone. no, con questo, risposi. incuriositi accettarono. mi arrampicai lungo un tubo dell'acqua, discendente, che passava accanto al terrazzino e proseguiva in cima. era piccolo e fissato al muro del cortile con dei morsetti arruginiti. cominciai a salire, il tubo era coperto da polvere, la presa era meno sicura di quello che mi ero immaginato. mi ero impegnato, ormai. guardai in su: dietro i vetri di una finestra del terzo piano c'era lei, la bambina che cercavo di sbirciare. era al suo posto, la testa appoggiata sulle mani. di solito guardava il cielo, in quel momento no, guardava giù...buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me. la discesa era più facile, potevo scendere la mano verso il tubo contando su due buoni appoggi per i piedi sul bordo del terrazzino. prima di allungarmi verso il tubo guardai veloce al terzo piano. mi ero offerto all'impresa per desiderio che si accorgesse di me, minuscolo scopettino da cortile. era lì con gli occhi sbarrati, prima che potessi azzardare un sorriso era scomparsa. stupido a guardare se lei stava guardando. bisognava crederci senza controllare, come si fa con gli angeli custodi. mi arrabbiai con me buttandomi lungo il tubo in discesa per togliermi da quel palcoscenico. sotto mi aspettava il premio, l'ammissione al gioco. mi misero in porta e fu così deciso il mio ruolo, sarei diventato portiere.
da quel giorno mi chiamarono 'a scigna, la scimmia. mi tuffavo in mezzo ai loro piedi per afferrare la palla e salvare la porta. il portiere è l'ultima difesa dev'essere l'eroe della trincea. prendevo calci sulle mani, in faccia, non piangevo. ero fiero di giocare coi più grandi, che avevano nove e anche dieci anni.
capitò altre volte il pallone sul terrazzino, ci arrivavo in meno di un minuto. davanti alla porta da difendere c'era una pozzanghera, per una perdita d'acqua. all'inizio del gioco era limpida, potevo vederci di riflesso la bambina ai vetri, mentre la mia squadra attaccava. non la incontravo, non sapevo com'era il resto del corpo, sotto la faccia appoggiata alle mani. nei giorni di sole dal mio finestrino arrivavo a risalire a lei attraverso un rimbalzo di vetri. restavo a guardarla finchè non mi lacrimavano gli occhi per la luce. i vetri chiusi delle finestre del cortile permettevano al riflesso con lei dentro di affacciarsi fino al mio angolo d'ombra. quanti giri faceva il suo ritratto per raggiungere il mio finestrino. da poco in un appartamento del palazzo era arrivato un apparecchio televisivo. sentivo dire che si vedevano persone e animali che si muovevano ma senza i colori. invece io potevo guardare la bambina con tutto il marrone dei capelli, il verde del vestito, il giallo che ci metteva il sole..."
Anche papà ha da dirmi qualcosa. Un suo amico ha scritto un libro sull'asino secondo Giordano Bruno. Ahi, questi filosofi. Sono andata a cercare "A l'asino cillenico" per dedicarvela:
oh beato quel ventr'e le mammelle,
che t'ha portato e 'n terra ti lattaro,
animalaccio divo, al mondo caro,
che qua fai residenza e tra le stelle!
mai più preman tuo dorso basti e selle,
e contr'il mondo ingrato e ciel avaro
ti faccia sort'e natura riparo
con sì felice ingegno e buona pelle.
mostra la testa tua buon naturale,
come le nari quel giudicio sodo,
l'orecchie lunghe un udito regale,
le dense labbra di gran gusto il modo,
da far invidia a' dei quel genitale;
cervice tal la constanza ch'io lodo.
sol lodandoti godo:
ma, lasso, cercan tue condizioni
non un sonetto, ma mille sermoni.

ed io che mi spaccio da eremita

certe volte non so proprio dove sia andato a finire il mio guardaroba.